LE MESSE PER ORGANO DI ANDREA GABRIELIDI SARA PELIZZA
INTRODUZIONELa società veneziana dell’epoca di Andrea Gabrieli si rivela profondamente divisa nell’assetto politico interno. Non solo; il clima postconciliare della controriforma nata in contrapposizione alla riforma protestante di Martin Lutero aveva creato una sorta di spaccatura tra la Serenissima e la curia romana, la quale voleva estendere, oltre al proprio territorio, gli ideali controriformisti derivati dal Concilio di Trento indetto da Papa Paolo III e durato ben quindici anni, nell’intera penisola. La maggior parte dei signori locali aspiravano invece ad una totale indipendenza della Repubblica, associata ad una ben comprensibile bramosia di espansionismo. Tuttavia tra i nobili del patriziato veneziano vi erano famiglie come i Grimani o i Pisani che avevano ottimi rapporti con Roma a tal punto da ottenere vescovati o cardinalati e mettere così a dura prova la supremazia dello Stato veneziano [1]. Un’importante passo nei rapporti tra il Papa e l’imperatore fu sugellato dalla pace di Bologna, della quale Gasparo Contarini fu diretto promulgatore.
Il pensiero del Rinascimento basato sulla rinascita dell’uomo e dei suoi valori, sulla cultura classica impregnata dalla filosofia aristotelica, vide una straordinaria fioritura dal punto di vista culturale. L’arte musicale in Venezia, nonostante lo status sociale del musicista fosse inferiore rispetto a quello del pittore o del letterato [2], era nettamente in primo piano, persino più della pittura: quasi in ogni casa di qualsiasi tipo di ceto sociale si potevano trovare uno o più strumenti [3].
È stato in questo contesto di fiorente umanesimo e di nuove scoperte scientifiche che sono nate le prime dissertazioni inerenti ad una razionalizzazione della musica attraverso al rapporto tra i suoni rappresentati dai trattati del grande teorico di Chioggia Gioseffo Zarlino [4], il cui filo conduttore avrebbe portato all’affermazione dell’odierno sistema tonale in un lungo percorso che troverà il suo cardine nel Traité de l’harmonie di Jean Philippe Rameau [5].
Panoramica della basilica di San Marco
La basilica marciana, per tutto l’arco repubblicano, fu sotto il diretto controllo dogale e, di conseguenza, anche le funzioni svolte sia all’interno che all’esterno di essa erano sotto ogni profilo espressione di magnificenza della città lagunare come fa notare Ellen Rosand nel suo breve saggio: “L’identificazione nazionale tra celebrazioni religiose e momenti particolarmente significativi della storia veneziana, a cominciare dall’Annunciazione, che significativamente coincide con la fondazione della città era il fondamento per importanti cerimonie che coinvolgevano l’intera Venezia” [6].
L’utilizzo dei cori cosiddetti spezzati o battenti, simbolo di questa grandiosità, ha indotto ‘a pensare per molto tempo, che l’uso della policoralità fosse derivato dalla particolare struttura architettonica della basilica, con la sua moltitudine di cantorie’ [7].
La chiesa di San Geremia situata nel sestiere Cannaregio come si presenta odiernamente.
Al suo interno si trovano le spoglie di Santa Lucia.
Tale affermazione mi rimanda a portare l’attenzione su un confronto interessante per quanto, forse non del tutto analogo. Nel lontano 1436 il compositore fiammingo Guillaume Du Fay scrisse per l’inugurazione della chiesa di Santa Maria del Fiore in Firenze il mottetto Nuper rosarum flores. La particolarità di questo brano sta nella genialità della sua struttura interna. Infatti, vi sono in esso nascoste le proporzioni matematiche della struttura interna di quello che oggi è il duomo fiorentino.
Per quel che concerne il rito svolto all’interno di San Marco il cosiddetto ‘rito patriarchino o aquileiese’, il governo veneziano, sulla base della libertà lasciata da Pio V che permetteva ai riti liturgici locali antecedenti almeno duecento anni [8] di conservare la propria ragion d’essere , fece stendere all’allora Maestro di Cerimonia Bartolomeo Bonifacio il Rituum ecclesisticorum cerimoniale a salvaguardia della propria tradizione liturgica [9].
Tale rito ed il canto ad esso annesso sono tipici dei patriarcati di Aquileia e Grado [10]. Nella prima fase, vale a dire tra il VI e il VIII secolo l’aspetto liturgico divergeva completamente da quello romano- al quale si avvicinò solo dopo il Concilio [11] - presentando dei tratti similari con quello gallicano e delle chiese orientali, in particolare Alessandria d’Egitto [12].
La maggior parte dei graduali e antifonari con o senza sequenziario sono conservati a Gorizia, Udine e Cividale. La prima edizione a stampa del messale aquileiese risale al 1494; fu tratta da un manoscritto del XV secolo da un canonico tedesco Jacopo da Gordino [13]. In ogni caso, pare che nella litugia marciana vi fosse qualche piccola differenza nei formulari delle celebrazioni. Vengono infatti citati riferimenti a ‘nostri Missalj, gradualibus et epistolario” [14], senza però fornire indicazioni più precise in merito.
Un’ulteriore testimonianza in riguardo ad una delle tante funzioni celebrate è data da Francesco Sansovino, già precedentemente citato nelle note: “Con questo ordine entrarono in San Marco […] le gentildonne che aspettavano a sedere intorno, entrarono, nel giunger la Duchessa. Incontro alla quale vennero i Canonici con la Croce e dette alcune orationi le diedero baciare una pace e condotta all’altar grande cantando Te Deum Laudamus, la Duchessa presentò loro una borsa con cento ducati” [15].
Altre imponenti celebrazioni, alle quali partecipò anche Gabrieli [16], vennero eseguite per la vittoria di Lepanto sui Turchi: “Dopo terza si fece la processione col Crocifisso inanzi, precedendo piffari, trombe squarciate & tamburi, con un lungo ordine di sacerdoti, di cantori e di mercantanti. Dopo mangiare si dissero i vespri con le musiche medesime e cominciati tardi si finirono alle due ore di notte. Il restante del tempo si consumò in harmonie con variati concerti” [17].
E ancora: “Il Principe con la Signoria, et molta nobiltà […] andò la domenica in chiesa ove fu celebrata una messa solennissima del Spirito Santo cantata dall’[…] Ambasciador [di Spagna] nella quale si fecero concerti divinissimi , perché sonandosi quando uno quando l’altro organo con ogni sorte di stromenti e di voci, cospirarono ambi a un tempo in tuono, che veramente pareva, che s’aprissero le cattaratte dell’harmonia celeste, et ella diluviasse da i chori angelici” [18]. Tra le tante descrizioni generiche e poco esaustive riguardanti le musiche eseguite, in quest’ultima affermazione abbiamo perlomeno riportato qualche informazione sull’utilizzo degli organi [19]. Da tutto ciò, si deduce facilmente che il contesto social-musicale in cui si trovò Andrea Gabrieli fu l’apice di un periodo veramente ricco e fiorente-già avviato in anni precedenti e cresciuto nel tempo [20] - per quanto riguarda l’attività artistica della basilica marciana.
Note
[1] Cfr. GAETANO COZZI, La società veneziana all’epoca di Andrea Gabrieli, in Atti del convegno di studi Venezia 16-18 settembre 1985 a cura di Francesco Degrada. Olschki, Firenze, 1987 p. 2.[2] Cfr. MARTIN MORELL, Andrea Gabrieli 1585-1985: note biografiche, in Andrea Gabrieli. La Biennale di Venezia XLII festival internazionale di musica contemporanea, Venezia 1985. pp. 21.[3] Cfr. GAETANO COZZI, op. citata. Come riferito dall’autore, l’informazione deriva da inventari redatti da notai veneziani della seconda metà del Cinquecento.[4] I trattati di Zarlino usciti in diverse pubblicazioni sono le Istituzioni harmoniche (1558), le Dimostrazioni harmoniche (1571) e i Sopplimenti musicali (1588). Zarlino fu maestro di cappella in San Marco.[5] JEAN PHILIPPE RAMEAU, Traité de l’harmonie reduite à ses principes naurelles. Divisé en quatre livres, Paris chez Jean Christophe Ballard, 1722.
[6] Cfr. ELLEN ROSAND, La musica nel mito di Venezia, in “Renovatio urbis”: Venezia nell’età di Andrea Gritti a cura di M. Tafuri, Officina Edizioni, Roma 1984.
[7] Cfr. ELLEN ROSAND, op. citata.
[8] Come già detto inizialmente, Roma voleva imporre un rito unico in tutto il territorio italiano sancito dalle bolle papali del 1568, Quod a nobis e del 1570, Quo primum tempore ad eccezione di quei riti locali che “vel consuetudine, vel quae ipsa institutio ducentos annos antecedat”. Cfr. DAVID BRYANT, Liturgia e musica liturgica nella fenomenologia del «Mito di Venezia», in Mitologie. Convivenze di musica e mitologia, La Biennale di Venezia, 1979.
[9] Cfr. DAVID BRYANT, op. citata.
[10] La stessa diocesi di Venezia era un patriarcato e lo è ancora oggi.
[11] Il rito venne abbandonato completamente nel 1597 per decreto di Papa Clemente VII. In San Marco venne però conservato parzialmente fino al 1807.
[12] Francesco Sansovino fa presente che le spoglie dell’evangelista Marco sono giunte nella basilica proprio da Alessandria d’Egitto. Ma non solo; sostiene anche che ‘L’ordine di officiar questo Sacrario è secondo l’uso della chiesa costantinopoliana, ma non però molto differente da quella romana, ma tanto assiduamente e nulla più’. Cfr. FRANCESCO SANSOVINO, Venetia città nobilissima et singolare, ristampa anastatica, Leading edizioni Bergamo, 2002. Dati i ben noti e secolari rapporti della città lagunare con Bisanzio, non è del tutto escludibile che il fatto qui riportato sia attendibile, nonostante manchino documenti certi in merito. Mi pare tuttavia quasi impossibile che dopo rapporti intercorsi così a lungo, non sia mai stato praticato nulla del rito bizantino.
[13] Cfr. RAFFAELLA CAMILOT-OSWALD, I formulari dei canti nel messale aquileiese del 1519: costanza di una tradizione, in Il canto piano nell’era della stampa: atti del convegno internazionale di studi sul canto liturgico nei secoli XV-XVIII a cura di Giulio Cattin, Trento Castello del Buonconsiglio, Venezia Fondazione Ugo e Olga Levi, 9-11 ottobre 1998. Trento provincia autonoma, servizio beni librari ed archivistici, 1999. p. 29
[14] Cfr. DAVID BRYANT, op. citata.
[15] Cfr. FRANCESCO SANSOVINO, Venetia città nobilissima et singolare, Libro X De gli habiti, costumi et usi della città, Leading Edizioni, Bergamo 2002. p. 156 recto. Il fatto riportato si riferisce alle celebrazioni per la venuta in Venezia del re di Francia Enrico III. In un’altra cronaca dell’epoca vengono riportati anche i nomi degli organisti ‘due famosi organisti Claudio Merulo et Andrea Gabrieli cominciarono a far dolcissimo concento’.
[16] Cfr. MARTIN MORRELL, op. citata. ‘Gabrieli fu partecipe e interprete di molte cerimonie di Stato, sacre e profane fra le più importanti di quelle allestite in Venezia durante gil anni del suo magistero in San Marco. Nel 1571, nell’ambito delle celebrazioni della vittoria di Lepanto, furono eseguite non poche sue musiche’.
[17] Cfr. FRANCESCO SANSOVINO, op. citata.
[18] Cfr. DAVID BRYANT, Andrea Gabrieli e la «Musica di Stato» veneziana, in Andrea Gabrieli 1585-1985, La Biennale di Venezia XLII festival internazionale di musica contemporanea, Venezia 1985. p. 29. Riportato da R. BENEDETTI, Ragguaglio delle allegrezze, solennità e feste fatte in Venetia per la felice vittoria, Venezia Peracchino 1571. p. 8.
[19] Nonostante la notorietà di Merulo e Gabrieli i nomi dei due organisti non vengono menzionati.
[20] In particolare durante il dogado di Andrea Gritti, che seppe trasmettere ai veneziani la propria passione per la musica. A lui si deve l’entrata nel 1527 di Adrian Willaert come maestro di cappella in San Marco. Conservò il posto fino all’anno della sua morte avvenuta nel 1562.
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BREVI CENNI BIOGRAFICI SU ANDREA GABRIELIAndrea Gabrieli noto anche come ‘Andrea da Cannaregio’ per via del sestiere di provenienza, nacque a Venezia attorno al 1532 o 1533 da Domenico Gabrieli [1]. Nulla si conosce a proposito della sua formazione musicale; pare che in età giovanile, precisamente attorno ai trent’anni, sia stato in Verona a stretto contatto con Vincenzo Ruffo, uno dei maggiori compositori di musica sacra del tempo, allora maestro di cappella presso il Duomo veronese. Non vi sono comunque documentazioni certe che lo attestino.
Andrea Gabrieli in un ritratto di anonimo
Morrell [2] sostiene che il fatto sia desumibile dalla presenza del madrigale a cinque voci ‘Piangete occhi miei lassi’in una raccolta di madrigali a stampa del Ruffo datata 1554, senza specificare se fosse indicato a chi apparteneva la composizione. Mi sembra, tuttavia, poco indicativo per stabilire se ci sia stato effettivamente un contatto diretto tra i due. Bisognerebbe avere la possibilità di valutare i documenti di archivio del Duomo per verificare l’attendibilità della fonte. Ho deciso a questo punto di solvere la lacuna recandomi a Verona presso l’Accademia Filarmonica per verificare in prima persona se quanto detto dal musicologo statunitense possa avere un fondo di verità. Ciò che ho scoperto non concorda per nulla con lo scritto da me preso in esame. Il madrigale in questione è contenuto nel ‘Terzo libro de’ madrigali a cinque voci’ di Vincenzo Ruffo, stampato in Venezia da Antonio Gardano. In testa al brano si legge il nome dell’autore, Andreas Gabriel. Non viene per nulla segnalato che nella stessa raccolta vi sono anche composizioni di altri autori [3], scelta probabilmente effettuata per volontà dell’editore.
Un’altra questione degna di nota riguarda le date di pubblicazione. Il secondo libro appartenente alla medesima raccolta venne stampato nel 1557 sempre da Gardano.
Ciò significa che quello di nostro interesse non può essere stato dato alle stampe prima di quell’anno, semmai dopo o tuttalpiù nel corso dello stesso.
Nel 1557, Gabrieli era impiegato come organista in San Geremia, parrocchia del suo sestiere. Tale informazione si apprende dalla partecipazione di Andrea al concorso indetto in quello stesso anno dalla Procuratia [4] per il posto di primo organista in San Marco con lo scopo di sostituire il deceduto Girolamo Parabosco [5]. Di notevole importanza fu l’incontro con Orlando di Lasso- avvenuto probabilmente durante uno dei viaggi a Venezia del maestro fiammingo- col quale l’organista veneziano partì alla volta di Monaco di Baviera per raggiungere la corte di Albrecht V [6]. Pur mancando qualsiasi tipo di documentazione in riguardo ai possibili rapporti didattici con Lasso, non è escludibile che Gabrieli abbia da lui ricevuto un’impronta di rilievo in termini di tecnica compositiva.
L’attività di Andrea come secondo organista in San Marco risalirebbe alla fine del 1565 o tuttalpiù all’inizio del 1566 [7]. Nonostante i parametri di assunzione siano sconosciuti, facendo riferimento alle regole che vigevano in merito alla scelta degli organisti, Gabrieli per poter accedere al posto vacante deve aver per forza sostenuto una prova [8].
Purtroppo, nella biografia di questo grande compositore e musicista vi sono ancora molte lacune da colmare.
Come sempre accade, le ‘mancanze’ in questo senso lasciano dei vuoti estremamente importanti, indubbiamente ostici per chi tenta di individuare-ma non solo- la reale influenza del tratto stilistico di una precisa scuola. Con un lavoro più preciso e mirato, forse, si potrebbero far emergere altri documenti utili al fine di fornire un quadro maggiormente articolato della vita e della cospiqua attività di questo geniale artista.
Note
[1] Dato desunto un atto notarile conservato nell’Archivio di Stato di Venezia dove egli stesso si definisce «Andreas de Gabrielibus quondam Domini Dominici». In Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’enciclopedia italiana Treccani, 1998, R. PELAGALLI. Nulla si conosce a proposito del mestiere svolto dal padre. Potrebbe essere stato egli stesso organista nella parrocchia di San Geremia. Il nome della madre è ignoto.
[2] Cfr. MARTIN MORELL, op. citata.
[3] Leggendo il testo di Morrell sembra che, nella raccolta, il madrigale di Gabrieli sia l’unico di autore diverso. Trovo che sia di un’importanza non relativa far presente che non è così.
[4] La Procuratia era l’ufficio governativo inserito all’interno della basilica. Ai procuratori de supra, previa consultazione col maestro di cappella in carica, spettava il compito di scegliere i vincitori dei concorsi da inserire nell’organico musicale. Essendo nobili del patriziato veneziano, è plausibile che gli stessi procuratori fossero intenditori di musica. Non era cosa rara trovare tra la nobiltà dei dilettanti molto preparati e competenti, talvolta allievi di illustri musicisti.
[5] Tra i candidati figurava un certo «Ser Andrea organista a San Geremia». Il concorso fu poi vinto da Claudio Merulo.
[6] Il viaggio avvenne tra il 1562 e forse, il 1566. Non è però chiaro il ruolo che l’organista veneziano ha occupato alla corte di Albrecht V. Nel periodo del soggiorno tedesco, Gabrieli raggiunse anche Francoforte per assistere all’incoronazione di Massimiliano II.
[7] Se così fosse significherebbe che Gabieli rientrò ben prima del 1566 dal viaggio in Baviera.
[8] Come già detto, il posto si otteneva partecipando ad un concorso pubblico. Tuttavia, appare legato al suo nome un certo luminare della giurisprudenza Alvise Balbi di Vincenzo avvocato. Non si sa se possa aver influito in qualche modo sulla sua candidatura, come è accaduto invece per Merulo, protetto di Jacopo Soranzo. Cfr. RODOLFO BARONCINI, Giovanni Gabrieli, ed, L’Epos Palermo, 2012.
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I VERSETTI NELLA LORO STRUTTURA E NEI POSSIBILI SIGNIFICATIPrima di calarci nella profondità dei versetti delle messe per organo, è bene soffermarsi su alcuni punti riguardanti l’uso della policoralità. Piuttosto che effettuare un confronto tra Gabrieli e altri autori contemporanei che hanno fatto la medesima cosa, visto che, se pur con qualche differenza nel modo di diminuire, il criterio inerente la prassi era uguale, ho preferito fare un ‘viaggio’ tra le opere dello stesso per tentare eventualmente di evidenziare quali potevano essere le similarità nei significati e nella struttura.
Il cosiddetto ‘stile veneziano’ da lui ideato, consisteva nell’elaborazione di una nuova forma per l’esecuzione della salmodia antifonale [1], non più basata sull’alternanza dei versi, ma sulla reitazione dei segmenti testuali di questi ultimi con evidente effetto imitativo [2].
Tale pratica prevedeva il posizionamento di due cori in punti diversi della basilica con lo scopo di creare un effetto acustico detto ‘stereofonico’ per via dell’amplificazione che ne derivava. Ma, quale puo essere in definitiva l’anello di congiunzione tra una forma come quella del mottetto e l’altra di chiara origine strumentale affine al ricercare e alla toccata?
Innanzi tutto il modo in cui vengono trattate le voci, contrappuntisticamente e con una certa similarità legata alla realtà della musica vocale pura, poi la struttura ab alternatim, con enunciazione di un versetto da parte del coro e un altro da parte dell’organo.
Quanto detto appena sopra si ritrova in modo particolare nella struttura del ricercare [3]. Girolamo Diruta nel quarto libro del Transilvano descrive molto bene questa pratica [4] con tanto di esempi esaustivi su come intavolare un brano corale di qualsivoglia genere per strumenti a tastiera ed aggiungere eventualmente altre voci qualora ce ne fosse necessità [5].
Il tipo di intavolatura utilizzato è il medesimo impiegato per gli strumenti a corda. Sulle righe vengono inserite al posto dei numeri, le note con rispettiva chiave di apertura o la notazione alfabetica ideata dal monaco pomposiano Guido d’Arezzo, posta sotto l’esacordo ad indicare la gamma dei suoni.
Esiste un’alta probabilità che, in origine, i versicula di Gabrieli fossero scritti proprio in intavolature identiche a quelle descritte nel trattato di Diruta [6]. Mi limiterò in questa sede a descrivere ciò che ho trovato nei manoscritti conservati presso la Biblioteca Universitaria Nazionale di Torino-contenenti per l’appunto le brevi composizioni gabrieliane- tralasciando le solite questioni analitiche già largamente trattate e aprendo piuttosto degli interrogativi legati ai possibili significati retorici in essi contenuti.
Intavolatura alla tedesca per organo contenente la messa domenichale di Andrea Gabrieli contenuta nel tomo con collocazione Giordano 3 in possesso della Biblioteca Universitaria di Torino. “Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. Divieto di riproduzione” [7]
L’opera, come già evidenziato nella didascalia dell’immagine qui sopra riportata, reca la segnatura Giordano 3. Nel tomo sono presenti brani esclusivamente liturgici di diversi autori
[8]. In testa all’intavolatura di nostro interesse si legge: Messe tre di Ms Andrea Gabrieli Messa Domenichale, corrispondente all’ordinarium missae IX del Graduale Romanum nota anche come Orbis Factor o In dominici infra annum. Si tratta dell’unica messa con una toccata di apertura a guisa di preludio.
I versicula, in particolare quelli del Gloria e del Credo non procedono per ordine ma sono sparsi in modo appossimativo
[9]. Li ho riordinati mettendo al fianco di ognuno il tipo di composizione, dove R sta per ‘ricercare’ e T per ‘toccata’.
Kyrie I (R), Christe (R), Kyrie II (T)
Gloria [10] : Et in terra (R), Benedicimus te (R), Glorificamus te (R), Domine Deus (Rex Caelestis) (R) Domine Deus (Agnus Dei) (R), Qui tollis (T), Tu solus Altissimus (R), Quoniam tu solus (T), In gloria dei (R), Amen (R).
Credo : Patrem (R), Et ex patre (R), Et ascendit (R), Crucifixus (R), Et in Spiritum (R), Et unam sanctam (R), Et expecto (R) [11], Amen (T).
Sanctus I (R), Sanctus II (R).
Agnus Dei (R).
Messa della B. V. (Beata Vergine), corrispondente all’ordinarium missae XI del Graduale Romanum nota anche come Cum jubilo.
Kyrie I (T), Christe (T), Kyrie II (T), Kyrie III (R).
Gloria : Et in terra (T), Benedicimus te (R), Glorificamus te (T), Domine Deus (Rex caelestis) (T), Domine Deus (Agnus Dei) (R), Qui tollis (R), Quoniam (R), In gloria dei patris (T) [12].
Il Credo è assente.
Sanctus I (R), Sanctus II (R).
Agnus Dei (R).
Amen che segue il ite missa est (T).
Missa Apostolorum, corrispondente all’ordinarium missae IV del Graduale Romanum nota anche come Cunctipontens genitor Deus.
Kyrie I (R), Christe (R), Kyrie II (T).
Gloria : Et in terra (T), Benedicimus te (T), Glorificamus te (T), Domine Deus (Agnus Dei) (R) [13], Qui tollis (T), Quoniam (T), Amen (T).
Credo : Patrem Apostolorum (R), Genitum non factum (T), Et ex patre natum (R), Crucifixus (R), Et ascendit (T), Et in spiritum (R), Et expecto (R), Et unam sanctam (T), Amen (T).
Sanctus I (R), Sanctus II (T).
Manca l’Agnus Dei.
Tralasciando la questione della pratica esecutiva stilisticamente pressochè identica per tutti i compositori eccezion fatta per il modo di diminuire e la padronanza del contrappunto [14], occorre portare in maniera oculata l’attenzione su altri parametri cercando di identificare tramite i procedimenti usati – che non starò a ripetere per il motivo già precedentemente spiegato – la possibile volontà di ‘comunicare’ l’espressività testuale attraverso il solo impiego dello strumento.
Il doge Sebastiano Venier in un ritratto di Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1519-1594)
Quindi, al di la del saper mostrare abilità manuale, cosa poteva nascondersi in questo contesto, dietro ai grandi virtuosismi della toccata veneziana e agli attimi di riflessione del ricercare? Quanto legame c’era in realtà con gli stili dei versetti gregoriani rielaborati? Non può essere che le diminuzioni fossero un corrispettivo dello stile meslismatico? O più semplicemente si basavano sull’importanza della festività?
Per dare risposta a tutte le domande poste occorrerebbe un tempo di ricerca più ampio, un’indagine maggiormente approfondita e una riflessione –che ho voluto appositamente lasciare aperta- profonda sui temi proposti.
Certo è che in una filosofia come quella del Rinascimento, dove la musica era subordinata alla poesia e doveva esprimerne i contenuti e i significati, diventa impossibile non legare il pensiero ad un voler sottolineare, passando oltre all’aderenza sillabica [15], il contenuto del testo, soprattutto perché liturgico.
Alcune dissonanze che si formano tra le parti, portano la mente in avanti, a percepire le aure del barocco entrante espresse attraverso a cromatismi arditi simbolo di quella capacità di persuadere e commuovere divenuta fondamento dell’ideologia del nuovo secolo.
Nei saggi da me presi in esame spesso mi è capitato di trovare associato alle composizioni il termine tonalità. Per quanto, come già fatto presente, le disquisizioni sui rapporti razionali tra i suoni iniziasse a prendere la propria direzione, trovo prematuro fare uso di tale termine in un’epoca in cui si parlava ancora di modo o tono.
Giovanni Antonio da Canal detto il Canaletto (1697-1678) ‘Il bacino di San Marco’
Note
[1] La salmodia antifonale aveva origini antichissime. Era gia praticata presso gli Egizi e i Babilonesi oltre che tra le popolazioni ebraiche.
[2] Cfr. RODOLFO BARONCINI, op. citata.
[3] Io personalmente ho fatto una prova in questo senso intavolando per tastiera una parte del primo coro del mottetto di Andrea Gabrieli Egredemini et videte. Facendo un confronto diretto tra ciò che è risultato dal mio tentativo e la costruzione dei versicula sottoforma di ricercare, ho potuto riscontrare una rispondenza totale tra le due parti.
[4] Questo conferma una volta di più, come ho già fatto presente, che tolte alcune differenze peculiari nel modo di diminuire, i procedimenti strutturali erano pressochè identici.
[5] Cfr. GIROLAMO DIRUTA, Il Transilvano quarto libro nel quale si comprendono tutte le finitioni de gl’Inni, & dei Magnificat Musicali & anco de i canti fermi appartenenti per rispondere al choro et il modo di accompagnare li registri dell’organo. Venezia 1593. Ristampa anastatica Forni Bologna, 1967. Diruta fa anche presente che il l’organo deve sempre rispondere al coro.
[6] Non è possibile confermarlo dato che i versicula ci sono giunti in intavolature alla tedesca postume alla morte di Gabrieli.
[7] Ringrazio sentitamente la dott.ssa Franca Porticelli e la direzione delle Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino per avermi accordato il permesso di pubblicare l’originale di questa pagina di intavolatura.
[8] Per intenderci solo ed unicamente rielaborazioni di versetti su cantus firmus, prassi molto diffiusa nella liturgia dell’epoca.
[9] Questo vale per tutte e tre le messe.
[10] Non ho trovato il Genitum non factum. Forse perché era stato dato ordine di non farlo eseguire dall’organo a dal coro.
[11] In questo versiculus è inserita la data 6 dicembre 1639 accompagnata dalla firma del copista, il tutto in grafia inomprensibile. Personalmente trovo molto strana la scelta di apporre data e firma nel mezzo della composizione. Di solito si trovano all’inizio o alla fine del manoscritto.
[12] Non viene specificato dal copista ma è presumibile che sia compreso anche l’Amen finale.
[13] Il Domine Deus Rex caelestis manca.
[14] Trovo molto difficile individuare una mano precisa nello stile compositivo. A differenza del barocco, dove gli stili sono molto differenziati tra loro a tal punto da riconoscere la mano di un autore piuttosto che di un altro, nel rinascimento la base strutturale era , se così la si può definire ‘standardizzata’.
[15] È più che plausibile dato che si parla di una scrittura idiomatica propria di uno strumento.
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